sabato 18 settembre 2010

A PERFECT SALAD


I consigli di Suorangela per l'insalata.
L'insalata deve essere:
-generosa di olio
-giusta di sale
-avara di aceto
e deve essere girata 100 volte.
Buona giornata a tutti!



lunedì 30 agosto 2010

IL SINDACO

Album "5 shoots" by kinetikrick on flickr

























Finalmente il grande giorno era arrivato.
Tutti i preparativi erano stati ultimati: la data fissata, gli invitati invitati, i cuochi allertati, i posti a tavola designati, i vestiti indossati, il parrucchiere e il truccatore congedati, e gli addobbi floreali, nella Chiesa, sistemati.
La moglie del Sindaco si avvicinò alla finestra e scrutò, con preoccupazione, la neve che in una sola, improvvisa notte, aveva appesantito i rami degli alberi.
Poi abbassò lo sguardo verso i suoi piedi e fece schioccare, con i talloni nudi, i tacchi del suo paio di decolleté, praticamente estivi.
Era il momento di andare.
Il sindaco entrò e la chiamò appena con un lieve cenno del capo e un nervoso sorriso timido, abbozzato sotto al sigaro.
Lei spense la sigaretta con trascuratezza e si incamminarono.
I vestiti erano stati indossati, sì. Inappropriati, però.
Chi avrebbe mai previsto, per un matrimonio da celebrarsi il 23 di Aprile, una nevicata e una temperatura come quelle?
Nessuno.
Tutti gli invitati invitati avevano acquistato completi leggeri, cravatte colorate, vestiti di seta e chiffon con motivi floreali, sandali con stringhe e scarpe chanel di raso delicato.
Persino i cuochi allertati avevano previsto, nel menù di nozze, Insalate di Boccioli di Rosa e Trionfi di Gamberi alla Primavera del Botticelli.
Alcune macchine slittarono sui sanpietrini del borgo antico, poiché sprovviste di catene.
I convenuti si affrettavano alla cerimonia sotto ombrelli di fortuna, intirizziti nei loro abiti leggeri.
All'interno della Chiesa, tutti, le coppie giovani e quelle datate, i padri con le figlie, le nonne con i nipoti, le cugine adolescenti, le damigelle d'onore con i chierichetti e persino i testimoni degli sposi, sembravano stranamente commossi.
In realtà si abbracciavano per riscaldarsi dal freddo.
Alla fine della celebrazione, quando il prete congedò gli astanti, questi si riversarono rapidi verso le macchine, in cerca di riparo, come uno sciame di farfalle colorate, còlte, per caso e per sbaglio, dal primo giorno di novembre.
La moglie del Sindaco, scendendo i gradini del sagrato, slittò con un tacco sottile sulla poltiglia di nevischio acquoso.
Quasi cadde e apostrofò il buon Dio con un sacramento inopportuno, riversando nell'occasione tutta la frustrazione e le aspettative disattese.
Il Sindaco sorrise.
"Non ti innervosire, tesoro" disse lui. E le strinse il braccio avvicinandola al suo fianco.
La moglie del Sindaco pensò quanto fosse fortunata ad aver trovato un uomo in grado di placare ogni suo bisogno.
Il Sindaco pensò quanto fosse fortunato ad aver trovato una donna in grado di tenerlo sempre sulle spine.
La figlia del Sindaco e della moglie del Sindaco pensò che, porca puttana, per il giorno del suo matrimonio avrebbe proprio desiderato un bel clima dolce di primavera piuttosto che un dispettoso inverno tardivo, però che, se i suoi genitori ancora si amavano, tutto poteva essere possibile.
In quel momento un raggio di sole squarciò il grigio plumbeo delle nuvole, fra le cime delle montagne, e la neve smise di cadere.
La figlia del Sindaco si voltò e sorrise splendidamente e una tempesta tintinnante di bianchi chicchi di riso picchiettò la sua felicità.



martedì 24 agosto 2010

...

http://leomacs.blogspot.com/



















Cosa ne farò
di questa mia carne
arida di contatto,
di questa mia pelle avida di calore,
di questo mio corpo orfano d'amore,
giovane ancora un po' e ancora per poco,
di questo mio corpo da
baciare, toccare, accarezzare,
leccare, succhiare, mangiare,
stringere, coccolare, abusare,
graffiare, saziare, stremare,
consumare, saccheggiare e consolare,
di questo mio corpo da scambiare
con la solitudine e la paura di morire?



venerdì 23 luglio 2010

POTENTIALITY


Le possibilità rappresentano scelta.
La scelta superiorità.



martedì 16 marzo 2010

...



E allora spaccamelo il cuore
e mangiatelo,
e stracciami la carne,
ingoiane i brandelli,
stilla bava di sangue
ai lati della bocca,
strappami l'anima a morsi,
affonda quegli artigli,
carne dei miei gigli,
tra il filo dei desideri
e le speranze di ieri,
tra un boccone viscido di oggi
e un posto assurdo di domani,
e la polvere di creta fra le mani.
Saremo ancora forma
e sarò ancora orma,
e sarò sguardo, derisione, pianto,
e sarai strazio, delusione, incanto.
E allora guardami e squartami,
indegno e indifferente,
accidentale giocoliere dell'Amore,
inutile narciso disatteso,
eterno e arido presente,
caduto senza peso
su lame di futile clamore.




mercoledì 10 febbraio 2010

APPROVAL


Il bisogno di riconoscimento da parte degli altri è, in un certo senso, il più alto disprezzo di se stessi.



mercoledì 3 febbraio 2010

ASIMMETRIA



Roma sa di antico, rancido e borioso.
Lei lo percepiva, come percepiva la boriosità e la rancidità dell'uomo che le aveva affittato l'appartamento. A lui mancava l'attributo più importante: l'antichità.
Era solo uno stupido giovane, rancido e borioso. Un galletto di quartiere, un teppistello ripulito, un arraffazzonato truffaldino travestito da agente immobiliare, con le scarpe dalle punte lunghe ma quadrate.
E, se Roma si portava quegli aggettivi nella loro accezione più bonaria e scanzonata, su di lui, invece, ricadevano come un macigno di cattiveria, con la stessa sciocca bruttezza delle sue scarpe.
Anna veniva dal Nord. Fuggiva dal marito che non aveva mai avuto e da una figlia che non era mai nata e la monotona dolcezza delle pianure ferraresi se la portava nel cuore, con un misto di nostalgia e ribrezzo.
Aveva accettato il trasferimento un paio d'anni prima perché non aveva nulla da perdere e nulla da trovare e perché - si era detta - i ragazzini fanno chiasso nello stesso modo e le materie da insegnare rimangono sempre quelle.
Appena arrivata, aveva pensato di sistemare, almeno un po', quella casa brutta e buia ma così comoda per il prezzo e per l'ubicazione, poi il grigiore dei giorni e la pigrizia dei gesti avevano avuto il sopravvento. La caldaia si era rotta per l'ennesima volta e lo stupido giovane borioso tergiversava nel mandarle il tecnico.
Così, Anna se ne stava al freddo, avvolta in una piccola coperta di paille, le gambe rannicchiate sul divano liso e scricchiolante, ad aspettare che anche quel pomeriggio uggioso di una domenica di fine gennaio si consumasse.
Lo scenario era sempre lo stesso, domenica dopo domenica dopo domenica.
Un quattordici pollici a tubo catodico rimandava le immagini mute di qualche soubrette misconosciuta che dimenava il corpo seminudo e, tutt'intorno, altri personaggi misconosciuti facevano un gran parlare, un gran sorridere e un gran applaudire. Tutti sembravano divertirsi un mondo, tranne lei.
Lei si limitava a stare lì, incancrenita sul suo divano consunto, mentre guardava attraverso le pareti scrostate e giallognole di quell'appartamento provvisorio e scuro, mentre percorreva il filo delle crepe nei muri con occhi vacui, mentre subiva, con orecchie distratte, l'unica colonna sonora aritmica del rubinetto che gocciolava nell'acquaio e dell'orologio che scandiva il tempo interminabile, appiccato, sbilenco, al suo chiodo.
La Stramba la chiamavano i suoi alunni, nel migliore dei casi. La Zoppa. Anna di Legno. Piede di Porca. Loro non amavano i suoi vestiti fiorati di donna d'altri tempi, né i suoi capelli grigi raccolti sulla nuca, né potevano perdonarle, minimamente, la diversa lunghezza congenita delle sue gambe o l'accento estraneo del settentrione o, ancor meno, la dolcezza monotona della sua voce che andava avanti all'infinito, a narrar di poeti, battaglie, stilemi e alleanze, dritta come un fuso, lieve come le pianure del Po, inascoltata come la neve che cade sui rami.
Eppure Anna non era vecchia. Era stanca.
Tra una domenica e l'altra, i giorni procedevano tutti uguali: alla mattina la scuola, al pomeriggio i compiti di Italiano da correggere, le lezioni di Storia da preparare e un breve passaggio al supermercato per cibi frugali e insipidi da cucinare.
Nessuno da vedere, nessuno da sentire, niente da desiderare. Almeno qualcuno avesse ascoltato le sue lezioni. Almeno qualcuno avesse smesso di ignorare la sua voce senza ridurla, quasi ogni volta, al flebile lamento della formica che cerca di emergere, vanamente, in mezzo al frastuono molesto delle cicale in agosto. Almeno quello stupido giovane arrogante le avesse mandato il tecnico della caldaia senza farsi telefonare quattro volte e negare altre due. Almeno non fosse stata un'altra volta domenica.
Anna percepì un cambio di ritmo nella colonna sonora del suo giorno di festa. Alzò il volume del televisore, poi lo riabbassò. Qualcosa era cambiato ma non sapeva ancora cosa. Per un attimo pensò che il rubinetto del lavello avesse smesso di gocciolare. Si alzò dal divano per andare a esaminarlo ma, avvicinandosi, si rese conto che il rumore dell'acqua era inconfondibile.
Buttò uno sguardo alla parete e vide che l'orologio si era fermato.
Improvvisamente capì. Orologio appiccato, orologio sbilenco, orologio inchiodato.
Frugò nella cassetta degli attrezzi, trovò quello cercava, lo prese e si arrampicò sulla credenza, a fianco dell'alta porta del cucinotto. Con l'altezza guadagnata raggiunse la traversa che separava la porta dal sopraluce sovrastante, i cui vetri erano stati rimossi chissà quando, se mai ve ne erano stati alcuni. Ci legò la corda alla bell'e meglio e costruì un cappio di fortuna.
Si sciolse i capelli e pensò alla sua voce. Pensò alla fortuna, alla nostalgia e al ribrezzo.
Infilò la testa nel cappio e si gettò nel vuoto. E rimase così, a penzolare.
Una gamba più su e una più giù.