E' una serata tranquilla e il clima è mite, nel giardino del Circolo. Fine Ottobre sembra inizio Settembre e Roma non sembra quasi Roma: infatti gioca la Roma, nel senso del calcio. Avrei dovuto capirlo, dalla quasi totale assenza di esseri umani in giro per la città e dalla facilità con cui ho parcheggiato. Io che, memore degli orari impazziti e flessibili per l'inizio dei concerti, mi sono precipitata lì per le 21:30, scopro che i Tarwater cominceranno a suonare non prima delle 22:30. E non c'è nemmeno il gruppo spalla. Potenza di ventidue semianalfabeti che prendono a calci una palla. Vabbè, per fortuna che mi porto sempre da leggere (appunto per me: ricordati di telefonare, nel pomeriggio, per sapere l'ora PRECISA in cui inizieranno i concerti). Un'oretta passa presto e i signori Lippok e Jestram cominciano a suonare abbastanza puntuali. Inside the ships, edito per la tedesca Bureau-b, è la loro undicesima fatica discografica, a partire da quel piccolo capolavoro d'esordio che è stato 11/6 12/10, stampato dalla Kitty-Yo nel 1996. In mezzo ci sono state: colonne sonore per film e cortometraggi; musiche per opere teatrali, spettacoli di danza, installazioni d'arte e sfilate dell'alta moda (persino un'ardita rivisitazione della Tosca di Puccini); remix per i Goldfrapp, collaborazioni con i Tuxedomoon e con B. Fleischmann, oltreché, ovviamente, le release per le prestigiose Mute e Morr Music e l'inevitabile interazione con i To Rococo Rot, progetto parallelo di Ronald Lippok stesso. Quello che cerco di capire, immediatamente, coinvolgendo i miei amichetti musicisti presenti tra il pubblico, è che tipo di strumentazione usino i Tarwater per suonare dal vivo. Le uniche cose certe sono che Ronald Lippok canta (o meglio, recita in tono monocorde dei canto-parlati ipnotici e un po' gutturali) e che Bernd Jestram suona il basso. Per il resto, brancoliamo tutti nel buio. Ronald, oltre al microfono, potrebbe avere: a) una tastiera, un sequencer e un mixerino; b) una tastiera-sequencer e un mixerino; c) al posto del mixerino, l'attrezzo che si usa per gestire esternamente anche Ableton Live (cosa che escluderei visto che non aveva un computer); d) una connessione telepatica con la Divinità Germanica dell'Indie-tronica che gli manda in aero-diffusione estemporanea i campioni pre-registrati, i loop e gli effetti per la voce. Bernd, oltre al basso, potrebbe avere: a) una drum machine; b) un Kaoss Pad; c) una connessione telepatica con la Divinità Germanica dell'Indie-tronica che gli manda in aero-diffusione estemporanea i campioni pre-registrati, le ritmiche e gli effetti per il basso. A ogni modo, qualsiasi cosa usino la usano molto bene, con la maturità e la naturale sicurezza dei signori navigati che sono ormai diventati, e la passione dei musicisti coerenti e fedeli a loro stessi che continuano ad essere. Suonano di filato dodici pezzi, i primi sei presi da Inside the ships, compresi le cover Sato Sato, rivisitazione di un brano dei D.A.F., e Do the Oz, B-side di un singolo realizzato da John Lennon e Yoko Ono nel 1971 per sostenere la causa della rivista alternativa Oz, in quegli anni sotto processo per "oscenità". Poi fanno delle incursioni negli altri album con la bellissima Ford, riesumata da Silur, Babylonian Tower, macchiata di venature blues e tratta da The needle was travelling, la folkeggiante All of the ants left Paris presa da Animals, suns & atoms, la dronica Recitative, bonus track dal penultimo album Spider smile, l'ubriaca Tesla da Dwellers on the treshold, per poi tornare a Inside the ships con la crepuscolare Palace at 5 a.m. Verso la fine di questa canzone Mister Lippok si assenta dal palco per qualche secondo, dopo aver sussurrato qualcosa nell'orecchio al suo compare - che sorride, malizioso, e continua a suonare da solo - per poi riemergere dal back-stage con una piccola bottiglia di whisky (o whiskey che dir si voglia) che offrirà anche al pubblico della prima fila. Poi, si assentano entrambi per qualche secondo e tornano per un unico, ultimo bis. L'impressione generale è che i Tarwater continuano a piacere e ad appassionare, anche se hanno perso, inevitabilmente, un po' del guizzo e dell'energia che li contraddistingueva, soprattutto nei primi due dischi, e anche se, dal vivo, rischiano di risultare un pochino freddi, alla lunga. Per esempio, se avessero aggiunto come elemento live Detlef Pegelow, che ha suonato su Inside the ships tuba, sassofono, tromba e trombone, il concerto sarebbe risultato sicuramente più interessante ed emozionante.
A fine concerto ho chiesto al tecnico di palco se potessi avere il foglio con la set-list della serata, appoggiato sul tavolino della strumentazione di Bernd ma la risposta è stata negativa perché la scaletta, minuziosamente scritta a pennarello nero e con gli accordi a margine dei titoli, viene evidentemente usata tutte le sere. Allora ho tentato di fotografarla, proprio nel momento in cui la memory card della mia macchinetta fotografica ha deciso di entrare in tilt, facendomi perdere anche tutte le altre foto del concerto. Un'altra tecnica di palco si è impietosita, ha preso il foglio ed è tornata dopo qualche secondo dicendomi di aspettare perché Bernd lo stava ricopiando.
Avete capito bene?
Il Signor Jestram in persona, a fine concerto, si mette a ricopiare, a mano, per una nerd rompicoglioni la scaletta delle canzoni, avendo persino l'accortezza di scrivere per intero i titoli che sulla sua, invece, erano abbreviati.
Queste lezioni di umiltà e umanità mi sorprendono sempre.
Grazie, Bernd.
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lunedì 31 ottobre 2011
martedì 4 ottobre 2011
SONDRE LERCHE LIVE IN ROME @ CIRCOLO DEGLI ARTISTI
Sono arrivata alle 21:45, cioè un quarto d'ora prima dell'orario dichiarato per l'inizio dei concerti, scoprendo, con disappunto, che il gruppo spalla, gli Young Dreams, avevano già cominciato da più di 20 minuti.
Il risultato, quindi, è stato quello di poter assistere soltanto a un paio di pezzi scarsi di questi giovani e promettenti norvegesi che sembrano essere una versione più fresca e originale dello stesso Sondre Lerche, con la differenza di presentarsi nella formazione di super-gruppo (sono in sette sul palco) a più voci, con elementi poli-strumentisti, come se fossero dei novelli Beach Boys remixati da Washed Out: davvero un peccato averli mancati.
Dopo il consueto cambio-palco, siamo pronti per l'headliner della serata.
Sondre Lerche (che d'ora in poi chiameremo SèndrO, con lievissima pronuncia inglese) si trova a celebrare, ormai, il decimo anno di carriera, portando in tour l'ultima fatica discografica dal titolo omonimo, edita per la Mona Records.
Tra il lontano e fulminante esordio del 2001, con Faces Down, e l'ultimo disco, ci sono stati ben altri quattro album e la collaborazione a un paio di colonne sonore nonché, sempre nel 2011, la partecipazione a una raccolta di cover delle canzoni più famose dei Muppets.
SèndrO è bravo, carino e simpatico, e ama Roma, anche se si lamenta del troppo caldo.
Dice che tutti esaltano Parigi ma, secondo lui, tra Parigi e Roma non c'è storia: molto meglio Roma.
Mi trovo d'accordo, anche se non posso fare a meno di domandarmi, a causa del cinismo che mi contraddistingue ultimamente, se non dica la stessa cosa, al contrario, quando è in tour in Francia.
Vengo, credo, smentita, quando racconta la storia di Coliseum Town, una delle canzoni dell'ultimo album: dice che l'ha scritta proprio qui, in onore della nostra città, quattro anni fa, nel giardino del Circolo degli Artisti, in seguito alla sua prima seria sbronza, e non mi risulta, peraltro, che abbia scritto canzoni ispirate da Parigi.
Poi, lui e il suo trio, un classico basso, tastiere e batteria, ci omaggiano anche con una canzone eseguita in pubblico per la prima volta: I cannot let you go.
Per il resto, non mancano altre canzoni dall'ultimo disco né tutti i pezzi più famosi, collezionati nel corso degli anni, come Sleep on the needles.
L'impressione generale è che, nel tempo, SèndrO rimanga fedele e coerente a se stesso.
E' quello che è sempre stato: il bambino prodigio cresciuto a pane e Prefab Sprout, il ragazzo d'oro della Norvegia con la voce da crooner e un poco di pop-rock anni '60 nelle corde della chitarra, il fratellino più piccolo di Ed Harcourt e Badly Drawn Boy, il cugino nord-europeo di quell'altro raffinato autore pop che è Jon Brion.
E di pop, infatti, si parla. Ben fatto, sofisticato, stucchevole pop, con melodie afferrabili anche se mai (troppo) scontate, molto ben eseguito da un ragazzo grintoso che potrebbe, tranquillamente, reggere la scena anche da solo.
E' bravo, bravissimo, perfetto: mai una stonatura, mai una sbavatura, mai un'incertezza.
E' un elfo impeccabile e non troppo alto che, dalla perfezione della sua (media) altezza, a malapena suda.
O suda profumato.
Una noia mortale.
Tra lo zoccolo duro e agguerrito dei fans, in mezzo al numeroso pubblico, ringrazio nell'ordine: la ragazza norvegese alta due metri e grossa come Liv Tyler incinta, che mi ha chiesto permesso e mi si è piazzata davanti, dopo essermi praticamente montata sopra (se le foto sono quello che sono, prendetevela con lei); la ragazza norvegese dietro di me che mi ha trapassato i reni con la borsa e conficcato i gomiti nel cranio, battendo SEMPRE lo stesso ritmo, anche quando non c'entrava una sega: l'hand-clapping di Rehab di Amy Winehouse (R.I.P.); la ragazza norvegese alla mia sinistra che mi ha urlato nell'orecchio TUTTI i testi di ogni sacrosanta canzone, oltre a incomprensibili parole del suo idioma astruso, con la voce acuta della più stridula delle Critine D'Avena.
Il ragazzo davanti a me, la cui maglietta viola dei Pavement si intonava perfettamente al nuovo colore dei miei capelli, che ha scatenato in me l'esigenza di ricordarmi la melodia di Cut your hair (provateci voi a ricordarvi una canzone dei Pavement con SèndrO che canta sotto) e che mi ha obbligato, per tutto il tempo, a pormi la seguente domanda: che cazzo ci fa uno con la maglietta dei Pavement al concerto di Sondre Lerche?
Il risultato, quindi, è stato quello di poter assistere soltanto a un paio di pezzi scarsi di questi giovani e promettenti norvegesi che sembrano essere una versione più fresca e originale dello stesso Sondre Lerche, con la differenza di presentarsi nella formazione di super-gruppo (sono in sette sul palco) a più voci, con elementi poli-strumentisti, come se fossero dei novelli Beach Boys remixati da Washed Out: davvero un peccato averli mancati.
Dopo il consueto cambio-palco, siamo pronti per l'headliner della serata.
Sondre Lerche (che d'ora in poi chiameremo SèndrO, con lievissima pronuncia inglese) si trova a celebrare, ormai, il decimo anno di carriera, portando in tour l'ultima fatica discografica dal titolo omonimo, edita per la Mona Records.
Tra il lontano e fulminante esordio del 2001, con Faces Down, e l'ultimo disco, ci sono stati ben altri quattro album e la collaborazione a un paio di colonne sonore nonché, sempre nel 2011, la partecipazione a una raccolta di cover delle canzoni più famose dei Muppets.
SèndrO è bravo, carino e simpatico, e ama Roma, anche se si lamenta del troppo caldo.
Dice che tutti esaltano Parigi ma, secondo lui, tra Parigi e Roma non c'è storia: molto meglio Roma.
Mi trovo d'accordo, anche se non posso fare a meno di domandarmi, a causa del cinismo che mi contraddistingue ultimamente, se non dica la stessa cosa, al contrario, quando è in tour in Francia.
Vengo, credo, smentita, quando racconta la storia di Coliseum Town, una delle canzoni dell'ultimo album: dice che l'ha scritta proprio qui, in onore della nostra città, quattro anni fa, nel giardino del Circolo degli Artisti, in seguito alla sua prima seria sbronza, e non mi risulta, peraltro, che abbia scritto canzoni ispirate da Parigi.
Poi, lui e il suo trio, un classico basso, tastiere e batteria, ci omaggiano anche con una canzone eseguita in pubblico per la prima volta: I cannot let you go.
Per il resto, non mancano altre canzoni dall'ultimo disco né tutti i pezzi più famosi, collezionati nel corso degli anni, come Sleep on the needles.
L'impressione generale è che, nel tempo, SèndrO rimanga fedele e coerente a se stesso.
E' quello che è sempre stato: il bambino prodigio cresciuto a pane e Prefab Sprout, il ragazzo d'oro della Norvegia con la voce da crooner e un poco di pop-rock anni '60 nelle corde della chitarra, il fratellino più piccolo di Ed Harcourt e Badly Drawn Boy, il cugino nord-europeo di quell'altro raffinato autore pop che è Jon Brion.
E di pop, infatti, si parla. Ben fatto, sofisticato, stucchevole pop, con melodie afferrabili anche se mai (troppo) scontate, molto ben eseguito da un ragazzo grintoso che potrebbe, tranquillamente, reggere la scena anche da solo.
E' bravo, bravissimo, perfetto: mai una stonatura, mai una sbavatura, mai un'incertezza.
E' un elfo impeccabile e non troppo alto che, dalla perfezione della sua (media) altezza, a malapena suda.
O suda profumato.
Una noia mortale.
Tra lo zoccolo duro e agguerrito dei fans, in mezzo al numeroso pubblico, ringrazio nell'ordine: la ragazza norvegese alta due metri e grossa come Liv Tyler incinta, che mi ha chiesto permesso e mi si è piazzata davanti, dopo essermi praticamente montata sopra (se le foto sono quello che sono, prendetevela con lei); la ragazza norvegese dietro di me che mi ha trapassato i reni con la borsa e conficcato i gomiti nel cranio, battendo SEMPRE lo stesso ritmo, anche quando non c'entrava una sega: l'hand-clapping di Rehab di Amy Winehouse (R.I.P.); la ragazza norvegese alla mia sinistra che mi ha urlato nell'orecchio TUTTI i testi di ogni sacrosanta canzone, oltre a incomprensibili parole del suo idioma astruso, con la voce acuta della più stridula delle Critine D'Avena.
Il ragazzo davanti a me, la cui maglietta viola dei Pavement si intonava perfettamente al nuovo colore dei miei capelli, che ha scatenato in me l'esigenza di ricordarmi la melodia di Cut your hair (provateci voi a ricordarvi una canzone dei Pavement con SèndrO che canta sotto) e che mi ha obbligato, per tutto il tempo, a pormi la seguente domanda: che cazzo ci fa uno con la maglietta dei Pavement al concerto di Sondre Lerche?
martedì 7 dicembre 2010
WOVENHAND LIVE IN ROME @ INIT
Non mi stupirò mai abbastanza di come alcuni musicisti riescano ad essere assolutamente entusiasmanti ed emozionanti dal vivo, rispetto a certo piattume lezioso immortalato nei loro rispettivi dischi, e, al contrario, di come altri siano decisamente espressivi ed incisivi nei supporti sonori, per poi risultare inefficaci e deludenti nella resa dal vivo.
David Eugene Edwards, in arte Wovenhand o Woven Hand che dir si voglia, purtroppo, è la sssècònda-che-hai-dètto. Con mio inaspettato disappunto.
Ad aprire il concerto ci pensa il duo del percussionista e poli-strumentista greco Loukas Metaxas che accompagna i Wovenhand in tutto il loro tour europeo, tra Germania, Svizzera, Italia, Spagna, Portogallo, Francia e Paesi Bassi.
Loukas e il compare, che suona una lira moderna, hanno la faccia da gnomi cattivelli dei Balcani, profumano di feta e pasticci di moussaka e si esibiscono in litanie neniose e monocorde, al sapore di cetrioli e olive kalamata, anticipando quello che sarà il leit-motif di tutta la serata: la musica mantrica.
Caratteristica che, in questi ultimi, assume una connotazione più arabo-mediterranea mentre, per David Eugene Edwards e compagni, si tinge di blues e musica nativa indiana (d'Ammmèriga, of course).
I Wovenhand, oltre al leader DEE, contano il tastierista Jeff Linsenmeir, il batterista Ordy Garrison e il bassista Pascal Humbert- mutuato dal primigenio progetto dello stesso Edwards, i 16horsepower- e promuovono la loro ultima fatica discografica The Treshingfloor uscito per la Sounds Familyre (US) e Glitterhouse Rec (UK & Europe).
DEE è uno sciamano invasato, ripete le sue preghiere cantate, strabuzzando gli occhi e noncurante del pubblico, tirando con i piedi degli schizzati calcetti improvvisi agli spiriti maligni che danzano intorno al pulpito della sua sedia. Un po' Johnny Cash, un po' Nick Cave e un po' Jim Morrison, solo che, mentre quest'ultimo era il predicatore della rivoluzione e della trasgressione, DEE è un predicatore cristiano esaltato dell'America rurale e benpensante del Colorado.
Le canzoni scivolano via un po' tutte uguali, lisergiche, mantriche, ossessive, ipnotiche e, diciamocelo, anche leggermente noiose. I musicisti sono bravi ma distratti, ognuno preso dalla sua trance personale e poco amalgamato al resto dei componenti.
Scivolo totalmente nello sconforto quando il duo greco si unisce al quartetto di Denver per un paio di pezzi, in una sorta di Taranta meets i Canti degli Apache.
Gli unici sprazzi di vitalità e dinamiche riesco ad ascoltarli soltanto sugli ultimi due brani, durante il bis, Whistling girl e Winter shaker, come se, magicamente, adoperando un po' di energia e un po' di sano vecchio rock, si riuscisse a scuotere la solenne litania dei sermoni finora pronunciati.
Peccato. Sono delusa e orfana di tutte le belle emozioni che ho provato ascoltando i loro dischi, Consider the birds primo fra tutti.
Del resto, non avevo notato che DEE porta un orologio al polso sinistro.
E mai fidarsi di uno sciamano che indossa un orologio.
martedì 26 ottobre 2010
MICE PARADE LIVE IN ROME @ INIT
Apre le danze della serata all'Init Silje Nes, timida uccellina delle lande della Norvegia e ora residente a Berlino, dalla voce delicata e le slanciate movenze elfiche, in tour per il suo secondo album uscito per la FatCat Rec, Opticks, e missato da Bernd Jestram dei Tarwater.
Si dividono il palco in tre, lei, con la sua chitarra e i mille effetti e pedali, un violinista/bassista e un altro che suona ciò che resta di una batteria, percussioni elettroniche e anche un po' il glockenspiel e la chitarra.
Sono sognanti, rarefatti, dilatati. Un delicato miscuglio di suoni elettronico-acustici e un inizio dolce che avrei ascoltato volentieri più a lungo dei venticinque minuti scarsi loro concessi.
Poi arriva lei, la navigata matrona francese, Laetitia Sadier, già Stereolab. E' difficile raccontare le sensazioni che questa eclettica e carismatica donna riesce a profondere intorno a sé. Innanzitutto viaggia sola, lei e la sua chitarra da mancina. Nuda e cruda, zero effetti, mesmerica ma umile presenza, voce matura, vibrante, intensa. Su testi impegnati, in inglese e francese, (un pezzo dedicato a Pasolini e uno in cui ironizza su Sarkozy) ci regala le sue melodie eleganti accompagnate da armonie scarne, intesse ghirigori raffinati che salgono dalle basse profondità delle note quasi da contralto alle vette cristalline dei suoni da soprano, come una Joni Mitchell europea e post-moderna.
Grazie, Laetitia, perché fai arrivare al pubblico cosa vuol dire essere donna, cantante, artista, modesta e di spessore, tutto in una sola volta.
Verso le 23.00 arrivano i Mice Parade, trafelati e in ritardo, da Torino, come ci informa lo stesso Adam Pierce, simpatico ragazzone newyorkese e leader della band. Il che (l'essere in ritardo da Torino) comporta un estenuante sound-check dal vivo a cui dobbiamo assistere tutti per quaranta lunghi minuti.
Io sono piazzata, come al solito, davanti al mio sub-wooferone centrale preferito, dove appoggio, per comodità, borsa, giacchetto e ginocchia a rotazione. Adam si scusa più volte anche se il pubblico lo rassicura. Io stessa gli dico: "We can wait" anche se, al quindicesimo minuto, già mi pento della mia affermazione.
L'attesa, per fortuna, viene poi ampiamente ripagata dalla bellissima performance che i sei musicisti ci regalano. Doppia batteria sul palco, una per lo stesso Adam (quando non è impegnato a suonare le sue due chitarre o il mandolino o a cantare o a percuotere il cubo di legno che gli funge anche da sedile) e l'altra, ovviamente, per Doug Scharin (che Dio ti benedica, Doug, per il grande, immenso batterista che sei) quando non è impegnato a maneggiare mixer, suoni e rumori alla sua destra o a suonare il basso. Poi ci sono la bambinesca e angelica voce di Caroline Lufkin (piazzata davanti a un Mac che, probabilmente, le serve per fare solitari di Mahjong tra un pezzo e l'altro o anche tra un cantato e l'altro dello stesso brano, momenti in cui lei si accovaccia timidamente dietro al Mac in questione come se la faccenda non la riguardasse più), la chitarra del virtuosissimo Dan Lippel e, infine, un tastierista/bassista e un altro chitarrista/tastierista. Dal vivo sono insolitamente energici rispetto al sound che si ascolta nel loro ultimo lavoro, What it means to be left-handed, (settembre 2010, sempre FatCat Rec) album del quale eseguono quasi tutti i brani in ordine sparso, con tempi leggermente più veloci e in modo molto più grintoso e dilatato.
L'elegante commistione di musica indie, elettronica, folk cantautoriale, ritmi africani e brasiliani, in ambito live, rende perfettamente e lascia ulteriore spazio a molto flamenco e un po' di post-rock.
Questa sera la folla è stranamente silenziosa ed educata. Abbiamo però a che fare con un nuovo tipo di fauna: l'ubriacone-fattone-perso. L'individuo, ovviamente schierato sotto al palco, alla mia destra, si esibisce in danze traballanti e in improvvise esplosioni di vitalità alternate a rallentate inversioni a u su se stesso. E' circondato da un paio di amici, per fortuna un po' meno ubriachi di lui, che lo accudiscono come si farebbe con un bambino piccolo: lo fanno ballare, giocare e lo abbracciano. Quando cade amorevolmente lo rialzano e controllano che non sia troppo fastidioso con le altre persone presenti in sala. Lo stordito scatena spesso l'ilarità degli stessi musicisti e tenta di offrir loro piccoli grappoli d'uva tirati fuori da chissà dove. Adam e Caroline gentilmente declinano. Dan, il seicordista flamencoso, coraggiosamente, accetta qualche acino e se lo ingolla. Evidentemente soddisfatto, lo stonato comincia a franare, lentamente e inesorabilmente, di schiena, sulla mega cassa del sub-woofer centrale.
Io faccio appena in tempo a sollevare borsa e giacchetto e lui tramortisce così, a cinque centimetri dal mio ginocchio.
Niente bis ma solo perché è tardi, è venerdì e c'è la discoteca.
giovedì 21 ottobre 2010
GEOFF FARINA AND CHRIS BROKAW LIVE IN ROME @ INIT
Ok, sbrighiamo le formalità.
Geoff Farina (ex Karate, Glorytellers e Secret Stars) e Chris Brokaw (ex Come, Codeine e Pullman) hanno recentemente inciso per la Damnably Rec (mercato europeo e britannico) e per la stessa etichetta di Brokaw (mercato statunitense) la Capitan Rec, due dischetti usciti in primavera e in autunno 2010, The Angel's Message To Me e The Boarder's Door.
Due chitarre acustiche, due voci, una manciata di brani classici della musica country-blues e qualche pezzo scritto, invece, di proprio pugno dai nostri.
Il loro modo di suonare il country, anche nelle rivisitazioni dei classici, è più riflessivo, cantautoriale, rallentato, contaminato dalla neve silenziosa e dal freddo solitario del Nord-Est, rispetto a quello tipico americano del Sud, sfavillante, galoppante e incline alle velocità circensi.
E' lo stesso Geoff ad informarci che ha trascorso l'ultimo anno nel Maine, un posto molto "cold and lonely", che lo ha portato a scrivere un paio di pezzi altrettanto "cold and lonely".
Cominciano insieme, poi Chris lascia in solo Geoff, poi viceversa, poi concludono di nuovo insieme.
Geoff ha una voce sgranata e velata, si esibisce in un finger-picking discretamente virtuoso, i suoi testi sono poetici, impegnati, ricercati. Ha un piglio costantemente altero e serioso, è compreso nella parte ma sempre un po' distaccato. Chris ha un timbro leggermente più potente e un approccio più sanguigno, nel modo di cantare e anche in quello di suonare la chitarra.
Sono semplici, onesti, appassionati di quello che fanno, e richiedono silenzio e attenzione, come tutte le cose delicate e poetiche.
Io che pensavo di rischiare l'effetto soporifero, dopo il terzo pezzo di arpeggi dolci e voci malinconiche, invece, mi ritrovo cullata e immersa in un'atmosfera sognante e scarna.
Cerco di concentrarmi sul significato dei testi anche se, ovviamente, non essendo madrelingua, mi perdo qua e là qualche parola.
Il pubblico sparuto, nonostante la presenza di tre coppie rumorose e un gruppetto di amici ubriachi e molesti, è coinvolto e caloroso e riesce a strappare ai due anche un paio di bis, nonostante Geoff non smetta di indirizzare occhiatacce di disappunto ai cafoni presenti in sala e il povero Chris sia costretto, scusandosi per giunta, a richiedere un po' di silenzio: "I'm trying to concentrate up here ...", dice.
E ora cominciamo con l'invettiva.
Quello che non smetterò mai di chiedermi è perché, perché, perché, Santo Dio perché, la gente venga ai concerti per chiacchierare, a voce alta per altro.
Non mi rifugerò nemmeno in rituali formule di cortesia quali "secondo la mia umile opinione" o "sicuramente mi sbaglierò io".
No, no. E' così e basta. E vi sbagliate VOI.
Voi. Che venite ai concerti e non sapete nemmeno voi perché.
Voi. Che fate presenza alle serate e non ne capite l'essenza.
Voi. Che dissacrate l'arte e vanificate il duro lavoro che c'è dietro ogni sforzo di comunicare emozioni, sensazioni e sfumature.
Voi. Che Dio vi dovrebbe recidere le corde vocali e amputare le lingue e insegnare come si sta al mondo.
Voi. Che ma chi ve lo fa fare di spendere 10 o 15 euro, se non di più, soltanto per disturbare la bellezza di qualcosa che non sapete apprezzare e l'attenzione di coloro i quali vanno ai concerti per fare quello che dovrebbe essere fatto: ascoltare.
Per favore, se volete fare salotto o sfoggiare il vostro ultimo look, andatevene al Gilda o al pub sotto casa o in giro per il centro. O, perlomeno, restate fuori.
Grazie.
domenica 10 ottobre 2010
THIS WILL DESTROY YOU LIVE IN ROME @ INIT
La serata all'Init è piena zeppa di gente. Fila per entrare, porte rigorosamente chiuse fino alle 22.15 e non si comincia prima delle 22.45.
Ormai, per gli orari dei concerti, non so più come devo regolarmi.
Apre la serata la formazione romana dei Refuso che sta incidendo il suo primo album e, nel frattempo, si esibisce parecchio, tra Roma e Berlino.
La band conta ben sette elementi: l'ispirato Andrea Treccia D'Amico al basso, Daniele Casolino al piano, Dario Calfapietra alla chitarra e glockenspiel, Valerio Iammartino all'altra chitarra e voce, Pietrina Mancini al violoncello, Martina Pelosi alla voce e Matteo Ambrosetti alla batteria.
La loro musica è un singolare miscuglio di post-rock Pink Floyd-iano, prog un po' psichedelico, atmosfere leggermente folk e pop italiano impegnato.
Affiatati, bravi tecnicamente e dediti. Il mio gusto personale mi farebbe suggerir loro di rendere i cantati (nonostante la bella voce e le indubbie capacità tecniche e di estensione di Martina) meno invasivi, per evitare l'effetto Anna Oxa meets Rachels.
Il che, però, potrebbe essere anche un tratto distintivo. Come ho premesso, il gusto è personale.
Dopo un abbastanza rapido cambio-palco, arrivano i nostri magnifici quattro che stanno per affrontare le ultime date del tour europeo (che si concluderà il 17 ottobre con gli ultimi tre concerti in Romania, dopo aver effettuato un estenuante tour de force che li ha visti aprire, in giro per gli USA, durante tutto agosto e buona parte di settembre, per gli Autolux e i Deftones) in occasione dell'uscita del loro ultimo album Tunnel Blanket per la Magic Bullet Rec.
I This Will Destroy You sono quattro texani ruvidi e un po' marci, tranne il batterista, Alex Bhore, che, oltre ad essere bravissimo, sembra anche essere
l'unico bravo ragazzo: non beve, non fuma, parla e sorride a tutti, a differenza dei tre restanti membri del gruppo che sembrano come avvolti da una sorta di torpore dionisiaco, lievemente autistici e chiusi in una specie di timidezza un po' sprezzante. Gli altri, appunto, Donovan Jones (basso a 5 corde, catafalco tastieroso tipo moog e suonetti vari), Chris King (chitarra e faccia in trance del fu Michel Petrucciani durante gli assoli) e Jeremy Galindo (chitarra, campionamenti e suonini vari, compresi lamenti di voce distorta) fumano sul palco e si passano whiskey e birre senza rispetto per la continuità della gradazione alcolica.
In faccia leggi loro la sofferenza di quelli che la musica la sentono nelle corde e nel sangue, come sentono il male della vita e il peso dell'arte.
E, un po', è un atteggiamento ostentato à la maudit e, un po', è il segno caratteristico di coloro i quali si ritrovano a vivere un destino che, seppur piacevole, in fondo non hanno scelto, come, del resto, capita a tutti noi. Questo Vi Distruggerà, evidentemente, non un nome a caso.
Insieme hanno un sound profondo e potente, radici rurali di un post-rock sospeso nel tempo che ti entra sotto la pelle e ti scuote le budella.
I megabassi del sub-woofer centrale, davanti al quale mi sono piazzata, spostano con vibrazioni vigorose la mia gonnellina e la falda degli stivali appena sotto alle ginocchia.
Le dinamiche vanno su e giù di continuo, come montagne russe in cui lente ed emozionanti salite precedono discese sfrenate e vertiginose, e la tempesta arriva dopo la quiete e poi ritorna la quiete e poi, di nuovo, la tempesta.
I pezzi sono tutto un susseguirsi di laghi calmi di chitarre rarefatte a cavalcate dirompenti di batterie energiche, ritmi spezzati e, a volte, quasi tribali. Loop reiterati, esplosioni rumorose, suoni allungati e distorti, accordi dolci e veemenza graffiante. E, saranno pure in ritardo di quasi dieci anni e i gruppi di riferimento li potrebbe
elencare anche un (indie)bambino (Mogwai, Explosions in the Sky, God Speed You! Black Emperor e anche un po' Labradford) ma la folla si esibisce in semi-lenti eppur vitali head-banging.
Applausi, trasporto, delirio.
Ad avercene di post-rock così. In Italia e nel mondo.venerdì 8 ottobre 2010
LOVE AMONGST RUIN LIVE IN ROME @ CIRCOLO DEGLI ARTISTI
Arrivo in ritardo, come al solito, in tempo per sentire giusto l'ultimo pezzo del gruppo d'apertura, i romani Spiral 69, i quali mi sembra facciano un onesto pop-rock un po' new wave e appena gotico, con voce maschile e bella pianista darkettona al seguito, e promuovono il loro primo album, A filthy lesson for lovers uscito il 5 ottobre per la Megasound rec.
Poi, dopo un bicchiere di vino, mi guardo intorno e comincio a studiare la situazione.
Quando ci sono Inglesi e soldi c'è professionalità.
C'è un banco vendite che sembra una tavola imbandita per dodici persone con magliette di tutti i tipi, album, singoli, posters, borse, spillette (chi più ne ha più ne metta) e ben due (e dico due) addetti allo smercio di cotanta abbundantia.
Questo fatto mi spinge alla prima ponderosa riflessione su come oggi tutto sia consumistico e precorritore della sostanza stessa di un fenomeno. Mi spiego meglio. Come fa una band formatasi soltanto un paio di anni fa e della quale, comunque, l'album omonimo di debutto è uscito da appena poco più di un mese (tramite la stessa etichetta di Hewitt, la Ancient B rec), come fa una costola infelice nata dalla singola cenere di un'altra band (i Placebo) che, almeno, aveva (ha) dalla sua parte caratteristiche di personalità e peculiarità, ad avere GIA' quattro diversi tipi di magliette e un armamentario degno dei Pink Floyd all'apice della loro carriera?
Non dovrebbero PRIMA diventare famosi e POI atteggiarsi a tali?
Ma, quando ci sono Inglesi e soldi, c'è marketing. Poi ci sono l'accordatore sul palco (prima che entri la band) e l'omino tutto-fare che si aggira, indaffarato, controllando i collegamenti dei vari cavi, distribuendo bottigliette d'acqua (due a persona), asciugamani bianchi detergi-sudore e attaccando i fogli delle scalette con lo scotch-carta. Il tutto per ogni membro della band.
E sono sei. Lui, Steve Hewitt, l'ex-batterista dei Placebo, appunto, usa la voce, il tamburello e una chitarra da mancino, poi c'è la prima chitarra (Steve Hove), la seconda chitarra (Donald Ross), la donna bassista e contrabbassista elettrica (Teresa Morini), il batterista (Keith York) e il tastierista, suonatore di piatto singolo e tamburello e, all'occorrenza, anche suonatore di violoncello elettrico (Laurie Ross).
Mancano due cose fondamentali: la musica e la gente. La gente perché, come dicevo già ieri, questo mondo produce troppo e apprezza poco e, forse, in questo caso, ha ben poco da apprezzare. Al di là di considerazioni personali, stare dietro a tutti questi concerti, per non parlare di tutti i dischi, comporta un notevole dispendio in termini sia di energie fisiche che di soldi. E poi la musica. Diciamo un buon (???) pop-rock molto tradizionale, senza infamia né lode, indubbiamente ben eseguito ma senza calore. A me non arriva un colpo al cuore, né uno spruzzo di sudore, né una goccia di sangue, né una bava di saliva, né il graffio di un suono o il guizzo di un'originalità. Niente di niente. Soltanto una sequela di note banali, in stilemi integralmente precostituiti, vecchi, aridi, patinati e plastificati. Leggo altre recensioni in cui i Love Amongst Ruin vengono accostati ai Depeche Mode (?), ai New Order (??), ai Kasabian (!), ai Metallica (?!), ai Can (??!!) e mi domando come sia possibile.
Mancano due cose fondamentali: la musica e la gente. La gente perché, come dicevo già ieri, questo mondo produce troppo e apprezza poco e, forse, in questo caso, ha ben poco da apprezzare. Al di là di considerazioni personali, stare dietro a tutti questi concerti, per non parlare di tutti i dischi, comporta un notevole dispendio in termini sia di energie fisiche che di soldi. E poi la musica. Diciamo un buon (???) pop-rock molto tradizionale, senza infamia né lode, indubbiamente ben eseguito ma senza calore. A me non arriva un colpo al cuore, né uno spruzzo di sudore, né una goccia di sangue, né una bava di saliva, né il graffio di un suono o il guizzo di un'originalità. Niente di niente. Soltanto una sequela di note banali, in stilemi integralmente precostituiti, vecchi, aridi, patinati e plastificati. Leggo altre recensioni in cui i Love Amongst Ruin vengono accostati ai Depeche Mode (?), ai New Order (??), ai Kasabian (!), ai Metallica (?!), ai Can (??!!) e mi domando come sia possibile.
Poi mi ricordo che, quando ci sono Inglesi e soldi, a volte, ci sono anche gigantesche operazioni commerciali. Ne avevamo bisogno?
mercoledì 6 ottobre 2010
OH NO ONO LIVE IN ROME @ MADS
Malthe Fischer, il cantante principale della band, esordisce sul palco, in un solo di voce e chitarra, come uno stralunato folletto del Nord con la voce di Topo Gigio, in un brano intitolato Sunshine and rain at once, tratto dal primo album, Yes. L'unico pezzo lento e ammaliante.
Poi si aggiungono l'altro cantante/bassista/tastierista/sampleratore Nis Svoldgard, il terzo cantante/chitarrista anch'egli sampleratore Aske Zidore e l'ottimo batterista Kristoffer Rom, occhialetto da nerd e click in cuffia.
Poi arriva Ba ba baba ba ba well anyway, sempre dal primo disco, in cui sembrano dei vaghi Beach Boys macchiati di punk elettronico.
Punk è l'attitudine con cui suonano: tanta energia, buona amalgama e non troppa tecnica. Arrivano altri tre pezzi da Eggs: Eleanor speaks, Internet warrior e Icicles in cui sembrano dei vigorosi Beatles ubriachi e dei Supertramp post litteram.
Poi si torna a una canzone tratta da Yes, Am I right? in cui sembrano dei Sigur Ros invasati dai Ramones, si procede con The wave ballet, che apre con uno shoe-gaze alla My Bloody Valentine contaminato di cantati pop, la bellezza sconvolgente di The tea party, l'energia pura di Keeping warm in a cold country(Yes), l'electro-funk-punk, disco-malata e post-moderna di Practical money skills for life (Yes), il rock&roll puro venato di new-wave con una cantilena dei Fiordi di Miss Miss Moss, e, infine, Fat Simon says con degli insoliti e difficili cambi di ritmo, tratto dal primo EP.
Applausi, tanti, di una compagine sparuta, in un mondo che, purtroppo, produce troppo e apprezza poco.
I nostri tornano per il bis: una splendida cover di Tomorrow never knows dei Beatles, con guest del tour-promoter che sale sul palco e imbraccia la chitarra, unendosi ai suoi protetti. Gli Oh No Ono rendono onore a questo pezzo come pochi altri: attaccano con ritmi tribal- indianeggianti e, poi, diventano sempre più potenti, energici, esplosivi, estenuanti. Un finale come dovrebbero essere tutti i finali: memorabile.
Come sorpresa ultima, al banco CD, spille, gadgets e magliette, i prezzi sono più che politici: a discrezione dei clienti!
Mi porto a casa due magliettine dall'estetica curata e avant-garde, pensando che, come al solito, dal Nord Europa abbiamo solo da imparare.
domenica 3 ottobre 2010
BLACK MOUNTAIN LIVE IN ROME @ CIRCOLO DEGLI ARTISTI
Pronti per l'energia? Pronti, partenza, via.
Quaranta gli anni, (psichedelia) più o (rock classico) meno, in cui proiettarsi indietro nel tempo e quaranta i minuti che il Circolo degli Artisti dovrebbe aggiungere all'orario d'inizio dei concerti.
Perché, va bene la politica professional-britannica del suonare presto, finire presto (e non pulire il water) ma arrivare alle dieci spaccate e aver già perso un paio di pezzi dei Black Mountain è veramente troppo, calcolando anche la presenza di ben due gruppi d'apertura: i londinesi Goldenheart Assembly e gli australiani Night Terrors.
I nostri, invece, arrivano dal Canada e promuovono il loro terzo album uscito per la Jagjaguwar Rec, Wilderness Heart.
A guardarli bene, i Black Mountain, più che di Vancouver, sembrano cinque giovani fricchettoni appena usciti da uno scantinato californiano, un paio di estati dopo Woodstock e troppe estati prima dello stoner dei Kyuss, e, per caso, catapultati ai nostri giorni.
Le loro sonorità spaziano tra i Jefferson Airplane e i Quicksilver Messenger Service, per quello che riguarda l'impronta più psych-acid-rock, e la durezza energica dell'hard-rock e metal dei Black Sabbath, forse veri numi tutelari del gruppo.
Poi si tingono vagamente di echi Doors-iani, sulle ballate più blueseggianti, portano nel cuore la lezione dei Velvet Undreground, citano appena i Pink Floyd dei primordi e, sul terzo bis a chiusura del concerto, omaggiano anche il riff iniziale di You doo right dei Can.
Il tutto onestamente e incredibilmente cristallizzato in un insolito viaggio nel tempo, sospeso tra il miglior (roots) rock americano e l'heavy (blues) inglese, senza via d'uscita né ritorno.
La formazione vede Stephen McBean, leader, voce e chitarra della band, affiancato da Amber Webber come seconda cantante, Matt Camirand al basso, Jeremy Schmidt alle tastiere e Josh Wells alla batteria, tutti rockers immersi nella parte, tecnicamente
abili, navigatamente esperti e caldi come il sole californiano.
L'unico lieve dispiacere lo provoca soltanto la cantante femminile: incautamente posta al centro della scena come front-woman, meglio farebbe, invece, a spostarsi lateralmente come sider di Stephen.
Peccato, perchè la sua voce è bella, cristallina e pastosa, uno strano miscuglio di una Neko Case prestata al rock e macchiata di lievi tinte Celin Dion-iane, ma Amber, evidentemente di nome e di fatto, appare come una creaturina preistorica intrappolata nella resina della timidezza e dello stoccafissaggio. E su un rock come questo, proprio non si può.
lunedì 27 settembre 2010
CANADIANS LIVE IN ROME @ CIRCOLO DEGLI ARTISTI
La locomotiva arriva dal Nord, dritta, filata, compatta e scoppiettante. Da Verona per l'esattezza. Dopo l'ottimo esordio di A sky with no stars nel 2007, il conseguente tour e un silenzio misurato e proprio di coloro i quali la musica la fanno davvero (perché la aspettano e la sentono), esce The fall of 1960, a distanza di quasi tre anni, nello scorso aprile, sempre per la Ghost Rec, e il relativo tour.
I Canadians dal vivo sono efficienti, navigati, robusti, serrati e risoluti; un muro di suono ben amalgamato, solido ed energico, uno strano miscuglio dal sapore californiano venato dalle nebbie del Nord Italia. Tant'è che, mentre arriviamo, in ritardo come al solito, sul finire del secondo pezzo (l'inedito Lethargy), ed esserci perse A great day, la mia amica mi fa: "Ma che davero, so' Italiani?".
I Canadians dal vivo sono efficienti, navigati, robusti, serrati e risoluti; un muro di suono ben amalgamato, solido ed energico, uno strano miscuglio dal sapore californiano venato dalle nebbie del Nord Italia. Tant'è che, mentre arriviamo, in ritardo come al solito, sul finire del secondo pezzo (l'inedito Lethargy), ed esserci perse A great day, la mia amica mi fa: "Ma che davero, so' Italiani?".
Eh sì. Per una delle poche volte, buoniddio sì, sono italiani. E non scimmiottano: rielaborano. Non scopiazzano imbastardendo, piuttosto interpretano personalizzando.
A tal punto che quasi mi verrebbe in mente di suggerir loro una follia: almeno una volta fare un testo in italiano. Secondo me, sarebbero in grado, senza scadere nel ridicolo.
A tal punto che quasi mi verrebbe in mente di suggerir loro una follia: almeno una volta fare un testo in italiano. Secondo me, sarebbero in grado, senza scadere nel ridicolo.
A ogni modo, il concerto procede ininterrotto e scorrevole: si alternano brani (Leave no trace) dall'ultimo e (Ode to the season) dal primo album, dal sapore più Weezer-iano, poi arrivano Carved in the bark, The night before the wedding e Yes man che virano più Death Cab for Cutie e Grandaddy, si torna alla poesia energica e nostalgica del post-college americano di 15th of August e Last revenge of the nerds del primo album, poi, di nuovo, ad una quadripletta di canzoni dell'ultimo lavoro: Rain turns into hail e Kim the dishwasher, con cantati degni dei Beach Boys, e la malinconia appena accennata di The fall of 1960 e The richest dumbass in the world. Poi, ancora una tripletta di brani dal primo album, tra cui la notevole Out of order, Summer teenage girl e, per concludere, Good news.
Insomma, una scaletta davvero lunga e quasi senza respiro tra un pezzo e l'altro, in cui è possibile ammirare la bravura dei tre front-men: Duccio Simbeni alla voce e chitarre (e testi, sempre molto garbati e ironici), il polistrumentista- (tastiere, mandolino, glockenspiel) cantante Vittorio Pozzato e il bassista-cantante- intrattenitore-promotore Massimo Fiorio, sempre saldamente supportati dalla granitica presenza di Michele Nicoli all'altra chitarra e il degnissimo di nota Christian Corso alla batteria.
Le uniche cose di cui si sente una lieve mancanza, a volte, sono, tra tanta compattezza, creatività e perizia tecnica, un po' più di trasporto e coinvolgimento emotivo.
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