domenica 10 ottobre 2010

THIS WILL DESTROY YOU LIVE IN ROME @ INIT


La serata all'Init è piena zeppa di gente. Fila per entrare, porte rigorosamente chiuse fino alle 22.15 e non si comincia prima delle 22.45.
Ormai, per gli orari dei concerti, non so più come devo regolarmi.
Apre la serata la formazione romana dei Refuso che sta incidendo il suo primo album e, nel frattempo, si esibisce parecchio, tra Roma e Berlino. 
La band conta ben sette elementi: l'ispirato Andrea Treccia D'Amico al basso, Daniele Casolino al piano, Dario Calfapietra alla chitarra e glockenspiel, Valerio Iammartino all'altra chitarra e voce, Pietrina Mancini al violoncello, Martina Pelosi alla voce e Matteo Ambrosetti alla batteria. 
La loro musica è un singolare miscuglio di post-rock Pink Floyd-iano, prog un po' psichedelico, atmosfere leggermente folk e pop italiano impegnato.
Affiatati, bravi tecnicamente e dediti. Il mio gusto personale mi farebbe suggerir loro di rendere i cantati (nonostante la bella voce e le indubbie capacità tecniche e di estensione di Martina) meno invasivi, per evitare l'effetto Anna Oxa meets Rachels
Il che, però, potrebbe essere anche un tratto distintivo. Come ho premesso, il gusto è personale.
Dopo un abbastanza rapido cambio-palco, arrivano i nostri magnifici quattro che stanno per affrontare le ultime date del tour europeo (che si concluderà il 17 ottobre con gli ultimi tre concerti in Romania, dopo aver effettuato un estenuante tour de force che li ha visti aprire, in giro per gli USA, durante tutto agosto e buona parte di settembre, per gli Autolux e i Deftones) in occasione dell'uscita del loro ultimo album Tunnel Blanket per la Magic Bullet Rec.
I This Will Destroy You sono quattro texani ruvidi e un po' marci, tranne il batterista, Alex Bhore, che, oltre ad essere bravissimo, sembra anche essere 
l'unico bravo ragazzo: non beve, non fuma, parla e sorride a tutti, a differenza dei tre restanti membri del gruppo che sembrano come avvolti da una sorta di torpore dionisiaco, lievemente autistici e chiusi in una specie di timidezza un po' sprezzante. Gli altri, appunto, Donovan Jones (basso a 5 corde, catafalco tastieroso tipo moog e suonetti vari), Chris King (chitarra e faccia in trance del fu Michel Petrucciani durante gli assoli) e Jeremy Galindo (chitarra, campionamenti e suonini vari, compresi lamenti di voce distorta) fumano sul palco e si passano whiskey e birre senza rispetto per la continuità della gradazione alcolica. 
In faccia leggi loro la sofferenza di quelli che la musica la sentono nelle corde e nel sangue, come sentono il male della vita e il peso dell'arte. 
E, un po', è un atteggiamento ostentato à la maudit e, un po', è il segno caratteristico di coloro i quali si ritrovano a vivere un destino che, seppur piacevole, in fondo non hanno scelto, come, del resto, capita a tutti noi. Questo Vi Distruggerà, evidentemente, non un nome a caso. 
Insieme hanno un sound profondo e potente, radici rurali di un post-rock sospeso nel tempo che ti entra sotto la pelle e ti scuote le budella. 
I megabassi del sub-woofer centrale, davanti al quale mi sono piazzata, spostano con vibrazioni vigorose la mia gonnellina e la falda degli stivali appena sotto alle ginocchia. 
Le dinamiche vanno su e giù di continuo, come montagne russe in cui lente ed emozionanti salite precedono discese sfrenate e vertiginose, e la tempesta arriva dopo la quiete e poi ritorna la quiete e poi, di nuovo, la tempesta.
I pezzi sono tutto un susseguirsi di laghi calmi di chitarre rarefatte a cavalcate dirompenti di batterie energiche, ritmi spezzati e, a volte, quasi tribali. Loop reiterati, esplosioni rumorose, suoni allungati e distorti, accordi dolci e veemenza graffiante. E, saranno pure in ritardo di quasi dieci anni e i gruppi di riferimento li potrebbe 
elencare anche un (indie)bambino (Mogwai, Explosions in the Sky, God Speed You! Black Emperor e anche un po' Labradford) ma la folla si esibisce in semi-lenti eppur vitali head-banging. 
Applausi, trasporto, delirio.
Ad avercene di post-rock così. In Italia e nel mondo.



venerdì 8 ottobre 2010

LOVE AMONGST RUIN LIVE IN ROME @ CIRCOLO DEGLI ARTISTI




Arrivo in ritardo, come al solito, in tempo per sentire giusto l'ultimo pezzo del gruppo d'apertura, i romani Spiral 69, i quali mi sembra facciano un onesto pop-rock un po' new wave e appena gotico, con voce maschile e bella pianista darkettona al seguito, e promuovono il loro primo album, A filthy lesson for lovers uscito il 5 ottobre per la Megasound rec.
Poi, dopo un bicchiere di vino, mi guardo intorno e comincio a studiare la situazione.
Quando ci sono Inglesi e soldi c'è professionalità.

C'è un banco vendite che sembra una tavola imbandita per dodici persone con magliette di tutti i tipi, album, singoli, posters, borse, spillette (chi più ne ha più ne metta) e ben due (e dico due) addetti allo smercio di cotanta abbundantia.
Questo fatto mi spinge alla prima ponderosa riflessione su come oggi tutto sia consumistico e precorritore della sostanza stessa di un fenomeno. Mi spiego meglio. Come fa una band formatasi soltanto un paio di anni fa e della quale, comunque, l'album omonimo di debutto è uscito da appena poco più di un mese (tramite la stessa etichetta di Hewitt, la Ancient B rec), come fa una costola infelice nata dalla singola cenere di un'altra band (i Placebo) che, almeno, aveva (ha) dalla sua parte caratteristiche di personalità e peculiarità, ad avere GIA' quattro diversi tipi di magliette e un armamentario degno dei Pink Floyd all'apice della loro carriera?
Non dovrebbero PRIMA diventare famosi e POI atteggiarsi a tali?
Ma, quando ci sono Inglesi e soldi, c'è marketing. Poi ci sono l'accordatore sul palco (prima che entri la band) e l'omino tutto-fare che si aggira, indaffarato, controllando i collegamenti dei vari cavi, distribuendo bottigliette d'acqua (due a persona), asciugamani bianchi detergi-sudore e attaccando i fogli delle scalette con lo scotch-carta. Il tutto per ogni membro della band. 
E sono sei. Lui, Steve Hewitt, l'ex-batterista dei Placebo, appunto, usa la voce, il tamburello e una chitarra da mancino, poi c'è la prima chitarra (Steve Hove), la seconda chitarra (Donald Ross), la donna bassista e contrabbassista elettrica (Teresa Morini), il batterista (Keith York) e il tastierista, suonatore di piatto singolo e tamburello e, all'occorrenza, anche suonatore di violoncello elettrico (Laurie Ross). 
Mancano due cose fondamentali: la musica e la gente. La gente perché, come dicevo già ieri, questo mondo produce troppo e apprezza poco e, forse, in questo caso, ha ben poco da apprezzare. Al di là di considerazioni personali, stare dietro a tutti questi concerti, per non parlare di tutti i dischi, comporta un notevole dispendio in termini sia di energie fisiche che di soldi. E poi la musica. Diciamo un buon (???) pop-rock molto tradizionale, senza infamia né lode, indubbiamente ben eseguito ma senza calore. A me non arriva un colpo al cuore, né uno spruzzo di sudore, né una goccia di sangue, né una bava di saliva, né il graffio di un suono o il guizzo di un'originalità. Niente di niente. Soltanto una sequela di note banali, in stilemi integralmente precostituiti, vecchi, aridi, patinati e plastificati. Leggo altre recensioni in cui i 
Love Amongst Ruin vengono accostati ai Depeche Mode (?), ai New Order (??), ai Kasabian (!), ai Metallica (?!), ai Can (??!!) e mi domando come sia possibile.
Poi mi ricordo che, quando ci sono Inglesi e soldi, a volte, ci sono anche gigantesche operazioni commerciali. Ne avevamo bisogno?



mercoledì 6 ottobre 2010

OH NO ONO LIVE IN ROME @ MADS





E' difficile inquadrare queste strane creature fulvo-(s)capigliate, provenienti dalla Danimarca e sbarcate, ieri sera, al Mads di Roma.
Malthe Fischer, il cantante principale della band, esordisce sul palco, in un solo di voce e chitarra, come uno stralunato folletto del Nord con la voce di Topo Gigio, in un brano intitolato Sunshine and rain at once, tratto dal primo album, Yes. L'unico pezzo lento e ammaliante.
Poi si aggiungono l'altro cantante/bassista/tastierista/sampleratore Nis Svoldgard, il terzo cantante/chitarrista anch'egli sampleratore Aske Zidore e l'ottimo batterista Kristoffer Rom, occhialetto da nerd e click in cuffia.
Attaccano con Helplessly young, tratto da Eggs, l'ultimo album che stanno promuovendo e licenziato dalla Leaf, pezzo dalle reminiscenze Cure-iane in cui Malthe, stranamente, continua a sembrarmi un Tom Waits un paio di ottave sopra, giovane, poco ubriaco e senza voce roca.
Poi arriva Ba ba baba ba ba well anyway, sempre dal primo disco, in cui sembrano dei vaghi Beach Boys macchiati di punk elettronico.
Punk è l'attitudine con cui suonano: tanta energia, buona amalgama e non troppa tecnica. Arrivano altri tre pezzi da Eggs: Eleanor speaks, Internet warrior e Icicles in cui sembrano dei vigorosi Beatles ubriachi e dei Supertramp post litteram. 
Poi si torna a una canzone tratta da Yes, Am I right? in cui sembrano dei Sigur Ros invasati dai Ramones, si procede con The wave ballet, che apre con uno shoe-gaze alla My Bloody Valentine contaminato di cantati pop, la bellezza sconvolgente di The tea party, l'energia pura di Keeping warm in a cold country(Yes), l'electro-funk-punk, disco-malata e post-moderna di Practical money skills for life (Yes), il rock&roll puro venato di new-wave con una cantilena dei Fiordi di Miss Miss Moss, e, infine, Fat Simon says con degli insoliti e difficili cambi di ritmo, tratto dal primo EP. 
Applausi, tanti, di una compagine sparuta, in un mondo che, purtroppo, produce troppo e apprezza poco. 
I nostri tornano per il bis: una splendida cover di Tomorrow never knows dei Beatles, con guest del tour-promoter che sale sul palco e imbraccia la chitarra, unendosi ai suoi protetti. Gli Oh No Ono rendono onore a questo pezzo come pochi altri: attaccano con ritmi tribal- indianeggianti e, poi, diventano sempre più potenti, energici, esplosivi, estenuanti. Un finale come dovrebbero essere tutti i finali: memorabile. 
Come sorpresa ultima, al banco CD, spille, gadgets e magliette, i prezzi sono più che politici: a discrezione dei clienti! 
Mi porto a casa due magliettine dall'estetica curata e avant-garde, pensando che, come al solito, dal Nord Europa abbiamo solo da imparare.



domenica 3 ottobre 2010

BLACK MOUNTAIN LIVE IN ROME @ CIRCOLO DEGLI ARTISTI



Pronti per l'energia? Pronti, partenza, via.
Quaranta gli anni, (psichedelia) più o (rock classico) meno, in cui proiettarsi indietro nel tempo e quaranta i minuti che il Circolo degli Artisti dovrebbe aggiungere all'orario d'inizio dei concerti.
Perché, va bene la politica professional-britannica del suonare presto, finire presto (e non pulire il water) ma arrivare alle dieci spaccate e aver già perso un paio di pezzi dei Black Mountain è veramente troppo, calcolando anche la presenza di ben due gruppi d'apertura: i londinesi Goldenheart Assembly e gli australiani Night Terrors.
nostri, invece, arrivano dal Canada e promuovono il loro terzo album uscito per la Jagjaguwar Rec, Wilderness Heart.
A guardarli bene, i Black Mountain, più che di Vancouver, sembrano cinque giovani fricchettoni appena usciti da uno scantinato californiano, un paio di estati dopo Woodstock e troppe estati prima dello stoner dei Kyuss, e, per caso, catapultati ai nostri giorni.
Le loro sonorità spaziano tra i Jefferson Airplane e i Quicksilver Messenger Service, per quello che riguarda l'impronta più psych-acid-rock, e la durezza energica dell'hard-rock e metal dei Black Sabbath, forse veri numi tutelari del gruppo.
Poi si tingono vagamente di echi Doors-iani, sulle ballate più blueseggianti, portano nel cuore la lezione dei Velvet Undreground, citano appena i Pink Floyd dei primordi e, sul terzo bis a chiusura del concerto, omaggiano anche il riff iniziale di You doo right dei Can.
Il tutto onestamente e incredibilmente cristallizzato in un insolito viaggio nel tempo, sospeso tra il miglior (roots) rock americano e l'heavy (blues) inglese, senza via d'uscita né ritorno.
La formazione vede Stephen McBean, leader, voce e chitarra della band, affiancato da Amber Webber come seconda cantante, Matt Camirand al basso, Jeremy Schmidt alle tastiere e Josh Wells alla batteria, tutti rockers immersi nella parte, tecnicamente
abili, navigatamente esperti e caldi come il sole californiano.
L'unico lieve dispiacere lo provoca soltanto la cantante femminile: incautamente posta al centro della scena come front-woman, meglio farebbe, invece, a spostarsi lateralmente come sider di Stephen.
Peccato, perchè la sua voce è bella, cristallina e pastosa, uno strano miscuglio di una Neko Case prestata al rock e macchiata di lievi tinte Celin Dion-iane, ma Amber, evidentemente di nome e di fatto, appare come una creaturina preistorica intrappolata nella resina della timidezza e dello stoccafissaggio. E su un rock come questo, proprio non si può.



lunedì 27 settembre 2010

CANADIANS LIVE IN ROME @ CIRCOLO DEGLI ARTISTI





La locomotiva arriva dal Nord, dritta, filata, compatta e scoppiettante. Da Verona per l'esattezza. Dopo l'ottimo esordio di A sky with no stars nel 2007, il conseguente tour e un silenzio misurato e proprio di coloro i quali la musica la fanno davvero (perché la aspettano e la sentono), esce The fall of 1960, a distanza di quasi tre anni, nello scorso aprile, sempre per la Ghost Rec, e il relativo tour. 
Canadians dal vivo sono efficienti, navigati, robusti, serrati e risoluti; un muro di suono ben amalgamato, solido ed energico, uno strano miscuglio dal sapore californiano venato dalle nebbie del Nord Italia. Tant'è che, mentre arriviamo, in ritardo come al solito, sul finire del secondo pezzo (l'inedito Lethargy), ed esserci perse A great day, la mia amica mi fa: "Ma che davero, so' Italiani?". 

Eh sì. Per una delle poche volte, buoniddio sì, sono italiani. E non scimmiottano: rielaborano. Non scopiazzano imbastardendo, piuttosto interpretano personalizzando. 
A tal punto che quasi mi verrebbe in mente di suggerir loro una follia: almeno una volta fare un testo in italiano. Secondo me, sarebbero in grado, senza scadere nel ridicolo. 
A ogni modo, il concerto procede ininterrotto e scorrevole: si alternano brani (Leave no trace) dall'ultimo e (Ode to the season) dal primo album, dal sapore più Weezer-iano, poi arrivano Carved in the bark, The night before the wedding e Yes man che virano più Death Cab for Cutie e Grandaddy, si torna alla poesia energica e nostalgica del post-college americano di 15th of August Last revenge of the nerds del primo album, poi, di nuovo, ad una quadripletta di canzoni dell'ultimo lavoro: Rain turns into hail e Kim the dishwasher, con cantati degni dei Beach Boys, e la malinconia appena accennata di The fall of 1960 The richest dumbass in the world. Poi, ancora una tripletta di brani dal primo album, tra cui la notevole Out of orderSummer teenage girl e, per concludere, Good news.
Insomma, una scaletta davvero lunga e quasi senza respiro tra un pezzo e l'altro, in cui è possibile ammirare la bravura dei tre front-men: Duccio Simbeni alla voce e chitarre (e testi, sempre molto garbati e ironici), il polistrumentista- (tastiere, mandolino, glockenspiel) cantante Vittorio Pozzato e il bassista-cantante-intrattenitore-promotore Massimo Fiorio, sempre saldamente supportati dalla granitica presenza di Michele Nicoli all'altra chitarra e il degnissimo di nota Christian Corso alla batteria.
Le uniche cose di cui si sente una lieve mancanza, a volte, sono, tra tanta compattezza, creatività e perizia tecnica, un po' più di trasporto e coinvolgimento emotivo.



mercoledì 22 settembre 2010

MICE PARADE - WHAT IT MEANS TO BE LEFT-HANDED



Torna Mice Parade - La Parata dei Topi, anagrammati, come sempre, da Adam Pierce e da lui sapientemente coordinati e agghindati per la settima "sfilata" allestita in cooperazione con la britannica FatCat Rec: What it means to be left-handed.
Il nuovo album del percussionista newyorkese esce a tre anni dal sesto lavoro e trabocca di stili apparentemente inconciliabili, etnie a confronto, influenze convergenti e collaborazioni rilevanti. 
Si passa dai ritmi e suoni di derivazione afro-mbaqanghese e swahili, alle eteree vocine e atmosfere rarefatte dell'Islanda, alle schitarrate energiche del classico indie-rock anni '90 con punte di shoe-gaze, ad alcuni accenni di indie-tronica e una strizzatina d'occhio all'indie-folk-pop appena macchiato di tristezze e sapori brazileiri.
Inizialmente, l'album può risultare irritante se, come me, già alla terza battuta di sonorità africane, venite còlti da una pruriginosa orticaria e sembrare, come a detta di alcuni critici, più una raccolta di bei singoli che non un'opera uniformata e coesa.
Invece, via via che si avvicendano gli ascolti, ciò che ne emerge è una brillante maestria nel saper fondere stili tanto diversi e una briosa originalità condita di sensibilità e buon gusto.
What it means to be left-handed affida la ritmica all'eterno collaboratore Doug Scharin (già Codeine, Rex, June Of 44 e HiM), sostituisce la voce elfo-islandese di Kristin dei Múm con quelle di Caroline Lufkin e Meredith Godreau, si avvale del suonatore di kora senegalese Abdou M’Boup e della cantante swahili Somi - per ciò che riguarda le sonorità africane - si arricchisce delle suggestioni jazzy-J-pop dei giapponesi Clammbon e vede lo stesso Pierce impegnato, oltreché alle percussioni, in cantati di alcuna Beck-iana e Sam Prekop-iana memoria.
In più, conta due azzecatissime cover: Mallo cup dei Lemonheads, in omaggio al punk-alternative-rock, e Mary Anne di Tom Brosseau, come a voler concludere tanta costante e variegata bellezza, in un conciliante ossequio al folk cantautoriale.






domenica 19 settembre 2010

PAIN IS A HUNTER


Dice Suorangela: il dolore che ti lasci dietro t'insegue e ti morde le caviglie.